PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.

Non senza aver tribolato un po', vi presento le 'bambine' di casa! Il barbagianni ne rivendica la paternità assoluta, le ama e le brama con totale devozione...a me lascia il ruolo di madre adottiva, tuttavia mi fregio dell'alto onore di averle guidate entrambe in più occasioni!...io le trovo piuttosto graziose e ho ormai superato ogni sorta di 'ansia da prestazione'...con loro non c'è gara!
Sta andando tutto liscio, la prima parte del monologo non ha subito intoppi (solo il pianto di un bambino, per un attimo mi distrae ma senza conseguenze nefaste per fortuna), la battuta di Pedrotti (di cui si sente, all'inizio, solo la voce) mi viene data al momento giusto; affronto le scale per raggiungere il palco ma il sipario resta chiuso, temo di dover entrare cercando a tastoni un pertugio quando, lentamente, comincia ad aprirsi. Il ritardo c'è stato però, ed io mi trovo in una posizione scomoda per liberare la lampada dal drappo che la ricopre e poi, rivolta verso il pubblico, concludere il monologo.
Tutto il resto dello spettacolo procede bene, Perdotti strappa parecchie risate, la sua nevrosi diverte!
Siamo agli sgoccioli, l'assassino ha rievocato, in una sofferta confessione, tutti i sei delitti e ora giace sconvolto, con la testa tra le mani; io ripongo i miei appunti nella cartellina, mi alzo, mi dirigo all'appendi abiti per mettermi il paltò e comincia l'applauso, a scena aperta.
Faccio per guadagnare il proscenio e godermi il momento che a me piace di più, il 'cammeo' conclusivo, quello in cui, in qualità di perito psichiatra del tribunale, ragguaglio gli astanti sulla sorte toccata a Pedrotti, l'ergastolo, e sulla sua consuetudine di mandarmi, due volte l'anno, dal carcere, un sacchetto di pesciolini di liquirizia, per celebrare e riaffermare nostagicamente, il suo amore per un tempo che fu e in nome del quale lui ha ucciso.
Il dramma però si sta già consumando, il sipario (ancora lui, protagonista della serata!) si sta chiudendo, mentre l'applauso si fa più scrosciante!...e ora? Certo, siamo dilettanti ma non allo sbaraglio...almeno credevo! E invece, il siparista (un amico) è lì dietro le quinte che mi guarda pallido in volto e mi dice "Io non conosco il copione a memoria, mi sono confuso, ho sentito gli applausi e ho creduto fossimo alla fine!".
Gli amici, tra i presenti, hanno poi detto di non essersi accorti di niente e che la vicenda sembrava davvero conclusa (l'applauso del resto ne è una prova)...sarà...ma io ho ancora il nodo in gola per quel finale 'mutilato'!
Finalmente è arrivata la serata tanto attesa! Gli amici mi chiedono se sono emozionata; sì lo sono, ma da sempre, ho la fortuna di godere di quell'emozione che non è intrisa di ansia, di somatizzazioni (quali tachicardia, mal di testa ecc) ma che si fa trepidazione, attesa dolce ed eccitante; sono contenta, non spaventata nè preoccupata (questa è forse incoscienza!), insomma l'attesa me la godo proprio, mi succedeva anche all'università, prima di ogni esame.
Ci incontriamo all'auditorium per le prove; saranno due e tra la prima e la seconda faremo un leggero spuntino.
Intanto il consorte, che data la statura importante è sempre chiamato in soccorso quando c'è da arrampicarsi, sistema la traiettoria delle luci e si offre volontario anche per aprire e chiudere il sipario (niente automatismi qua!).
L'occhio di bue che dovrebbe seguire me, dal fondo della sala al proscenio, non è dove dovrebbe essere, cioè in alto e l'idea di utilizzarne uno portato a mano da un 'volontario' che, ad altezza uomo, mi segua, appare subito improduttiva (la luce mi colpirebbe dritta negli occhi, illuminerebbe le teste degli spettatori, potrebbero inoltre esserci problemi di inquadrature 'ballerine'). Niente occhio di bue, si usano i faretti del corridoio di sinistra, il resto della sala buia.
Le prove non ci dispiacciono, specie l'ultima sembra funzionare assai bene, ma c'è qualche battuta che ancora non mi convince.
Ci siamo, la sala è quasi piena (contiene circa 160 posti), dietro le quinte il mio amico è in fibrillazione, ma lui è così anche quando non deve debuttare; ci conosciamo dai tempi del liceo ed è una delle poche e straordinarie persone che è riuscita a crescere senza cambiare l'essenza della sua personalità, quella che ti rende 'riconoscibile' negli anni e che dà un senso particolarissimo alle amicizie di vecchia data.
I suoi bambini scorrazzano dal palco ai camerini (una tenda dietro cui cambiarsi!) tenendoci aggiornati sull'affluenza e sul 'clima' che si respira in sala; la loro presenza è piacevole, scherzo con loro e anche Pedrotti (questo è il nome del personaggio che il mio amico interpreta) mi sembra più tranquillo.
Esco da una porta di sicurezza e faccio il giro dall'esterno dell'edificio per raggiungere l'ingresso e iniziare il mio monologo dalle ultime file della platea; non dovrebbe esserci nesuno lì fuori...invece mi imbatto in una signora in preda ad una attacco allergico! Poverina, tossisce all'impazzata e mi guarda attonita, io la tranquillizzo, le dico che le farò portare un bicchiere d'acqua e raggiungo l'atrio...le luci si accendono e la rappresentazione ha inizio.
Nessun intoppo, nessun vuoto di memoria, Pedrotti che salta fuori da sotto un drappo a darmi la battuta ha sortito un bell'effetto sorpresa ma, soprattutto, il testo è piaciuto molto, è fresco e attuale, ironico e anche sarcastico, a tratti divertente. Si tratta dell' Assassino, un racconto di Michele Serra, tratto da 'Il nuovo che avanza'. Drammatizzarlo è stato facile, i personaggi sono solo due (il perito psicologo del tribunale e l'assassino reo confesso) e la scena è unica (lo studio del perito, il mio personaggio).
Si replica il 15 maggio, sarà uno spettacolo di beneficenza...che dire, sono contenta!
Facevo terza media e avevo una compagna di banco che studiava recitazione; ci andava al sabato pomeriggio, erano lezioni private. A quell'età è facile infiammarsi di entusiasmo e in casa la vena artistica non mancava, papà canterino e musicista, una prozia attrice di prosa (pensa - racconta ancora oggi mia mamma - recitò 'La nemica', davanti all'autore stesso, Nicodemi, il quale le fece i complimenti per la magistrale interpretazione!).
Tanto feci che cominciai quella bella avventura; ricordo ancora il primo giorno, quando con la mia amica e compagna di banco, mi presentai a casa dell'insegnante, Lea Ansaldo; mi chiese che scuola frequentassi e io risposi - terza média - pronunciando la 'e' chiusa, alla ligure (ma non solo); fu quello il primo errore che Lea mi corresse e mi fu subito chiaro che un nuovo mondo, affascinante e misterioso, si stava schiudendo davanti a me!
Da allora, ogni sabato pomeriggio, lo trascorsi a studiare recitazione e canto (fondamentali i vocalizzi, per 'scaldare' la voce). Come era giusto che fosse, iniziai a 'calcare le scene' dopo un annetto e lo feci nell'ambito di 'recital' (lettura di poesie, scelte secondo un percorso tematico con accompagnamento musicale); prima i 'poeti maledetti', poi quelli russi del '900. La compagnia si chiamava "L'atelièr di Lea Ansaldo".
Il primo spettacolo di un certo rilievo fu "Antigone", nella versione di Anhouil; io e la mia amica interpretavamo il 'coro', una piccola parte, in termini di battute, ma importante nel determinare il ritmo dell'azione.
Poi il decollo delle emozioni...e anche delle soddisfazioni! Lea, appassionata di teatro dell'assurdo, volle mettere in scena "La cantatrice calva" di Ionesco e io ebbi la parte della Signora Smith. Il 'sacro fuoco' mi aveva ormai avviluppato...ma ci pensava la mamma a tenermi con i piedi per terra!
A quel punto dovevo iscrivermi all'università e l'dea di fare l'insegnante faceva 'braccio di ferro' con quella di fare l'attrice di prosa, o almeno di tentare, visto che per Lea ero 'tanto dotata'. Per motivi diversi (anche economici, perchè avrei dovuto frequentare l'Accademia a Roma o a Milano, oppure a Firenze, dove Gassman aveva da poco inaugurato la Pergola) scelsi l'università ma continuai a studiare con Lea; l'ultimo spettacolo, nel '90, fu "La purga di bebè" di Feydeau dove io vestivo i panni della Signora Follavoine.
Da allora, più niente, mi laureai, mi trasferii in Lombardia; la compagnia si sciolse con la scomparsa di Lea, anni dopo.
La settimana scorsa, un amico mi ha chiamato e mi ha proposto di tornare in 'scena'; anche lui con trascorsi in teatro, la butta lì, un sabato pomeriggio, mentre ero impegnata a stirare e a pensare cosa preparare per cena. Forti come il richiamo delle sirene per Ulisse, quelle parole mi hanno restituita a mo' di boomerang la non sopita passione e, sbaragliando la pigra che è in me, ho accettato...'proviamo!' ho detto e giovedì scorso abbiamo dato il via alle prove. (prima puntata)
Non amo molto Daniel Pennac. Dei suoi testi, l'unico che ho veramente apprezzato, da subito, è stato "Come un romanzo" e, in particolare, quelli che egli definisce "i diritti imprescrittibili del lettore".
Ai miei alunni lo ripeto sempre: se un libro non ci piace, è inutile proseguirne la lettura. Finiremo altrimenti per detestare questa nobilissima attività.
"Profe" mi ha detto l'altro giorno un alunno "io faccio così, come Lei ci ha detto. Ho suggerito di farlo anche a mio fratello che frequenta un'altra scuola e a cui avevano assegnato un certo libro da leggere. Lui ci ha provato ma proprio non riusciva a proseguirne la lettura. Si è giustificato con la sua insegnante di lettere fornendo la motivazione che io gli avevo suggerito e che ho appreso da Lei: "Non ho proseguito la lettura per evitare non solo di detestare quel testo ma per evitare di odiare, per sempre ed irrimediabilmente, la lettura." Però l'insegnante di mio fratello non ha voluto sentire ragioni e gli ha messo una nota."
Cari colleghi di lettere, il problema, a mio avviso, è proprio questo: spesso la scuola, anzichè insegnare ad amare ed apprezzare la lettura, finisce per renderla odiosa ai suoi studenti. Non sarebbe bene che, almeno su questo, finissimo per accordarci e riconoscere agli studenti i diritti del lettore individuati da Pennac?
I diritti imprescrittibili del lettore
1) Il diritto di non leggere.
2) Il diritto di saltare le pagine.
3) Il diritto di non finire un libro.
4) Il diritto di rileggere.
5) Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
6) Il diritto al bovarismo (n.d.r.: "la soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni: l'immaginazione che si dilata, i nervi che vibrano, il cuore che si accende, l'adrenalina che sprizza, l'identificazione che diventa totale e il cervello che prende (momentaneamente) le lucciole del quotidiano per le lanterne dell'universo romanzesco...").
7) Il diritto di leggere ovunque.
8) Il diritto di spizzicare.
9) Il diritto di leggere a voce alta.
10) Il diritto di tacere.
(Citazioni tratte da: "Daniel Pennac: "Come un romanzo", Edizioni Paravia su licenza di Giangiacomo Feltrinelli Editore, Torino, 1996, pagg. 128, 131, 147)