SALA DOCENTI

PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.

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venerdì, 08 maggio 2009

"Modernismo paternalista"

 

"[…] Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda."

(Alessandro Manzoni: "I Promessi Sposi", capitolo VIII)

 

"[…] Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furono tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere” . E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” - disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettervi a voi.”

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta."

(Alessandro Manzoni: "I Promessi Sposi", capitolo XXXVIII)

                                                  

 

Il critico Alberto Asor Rosa, pur riconoscendo la portata innovativa dell’opera manzoniana, ne individua i limiti in un “tratto profondamente conservatore, anzi nel suo intimo persino aristocratico” che “ si svela soprattutto attraverso la funzione che nella sua opera maggiore è assegnata ai cosiddetti personaggi popolari (Lucia, Renzo) i quali, coerentemente con tutte le posizioni del romanticismo lombardo, ma anche qui con maggior audacia da parte del Manzoni, divengono certo i protagonisti dell’opera, ma non smettono perciò di essere personaggi “ingenui”, che mai potrebbero arrivare alla verità e marciare sulla giusta strada, senza che una guida illuminata e paziente non provvedesse a indicargliela (fra’ Cristoforo, il cardinale Federigo Borromeo); mentre il dramma spirituale, l’intima conquista della fede, sono ancora una volta riserbati ad un personaggio che è un tipico “eroe” delle classi alte, e, nel bene come nel male, rappresenta direttamente nel romanzo la sopravvivenza della manzoniana concezione drammatica della vita (Innominato).

Questa incapacità di andare al di là di un modernismo paternalista, questa visione del mondo ancora esclusivamente dominata dalle grandi istituzioni della fede religiosa ( qui, anche la Chiesa in prima persona), questo persistente tentativo di racchiudere lo sviluppo storico, una volta per tutte, dentro un’operazione d’intelligente, comprensiva direzione ideologica da parte dei ceti intellettuali sulle masse, - sono aspetti dell’opera, che trattengono Manzoni al di qua del confine che segna l’inizio dell’esperienza artistica moderna e ne fanno un grandissimo rappresentante (forse il più grande, perché il più consapevole) della lunga tradizione moderata letteraria.”

                                                 

Tratto da “Alberto Asor Rosa, Storia della letteratura italiana, La Nuova Italia, Firenze, 1985, pg. 429".

 

 


postato da: critolao alle ore 12:21 | link | commenti (2)
categorie: citazioni, letteratura
sabato, 24 gennaio 2009

Pirandello? Un pazzo. Stralci di verifiche di una classe V.

Mi accingo alla correzione delle verifiche di quinta. Il primo quadrimestre non è stato dei migliori ma mi hanno detto che hanno capito: bisogna studiare seriamente! Finalmente!

Riporto fedelmente il contenuto e la forma di quattro stralci di verifiche:

Pirandello nasse in un periodo di una duplice crisi quella storica perche si trattava del periodo post risorgimentale e culturale perche ciera un crollo delle certezze fino ad ora acquisite. […]
Gli influssi (della Sicilia nella produzione di Pirandello) sono chè lui è siciliano e difatti in alcune sue prime opere le scrive in dialetto siciliano. Quindi la Sicilia e la sua regione Natale. […]
Nella novella (la patente) il protagonista si fa dare una patente da iellatore e si costruisce degli abiti che portano timore nelle persone e tutti quando passa fanno gesti di scaramantici.

Gli elementi biografici della vita di Pirandello presenti nelle sue opere sono ad esempio la malattia della moglie che era cioè affetta da problemi mentali della psiche. […] L’umorismo è sentimento del contrario cioè ciò che si vuole apparire anche se non lo si è e questo fatto fa parte dell’umorismo: nell’umorismo le persone vogliono apparire il contrario di ciò che sono.

Pirandello si dice figlio del Caos, perché il Caos era una provincia dove si sono rifugiati Pirandello e la sua famiglia.

Gli elementi biografici nelle sue opere sono tre:
1. la sua sicilianità
2. il male di vivere
3. la sua pazzia


Mi sia consentito: i pazzi sono l’oro e io ci ho le prove!


martedì, 18 novembre 2008

viaggi letterari

 Gulliver nella terra di Lilliput – I viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift

 
Premessa: Gulliver lascia di tanto in tanto la sua Inghilterra per intraprendere dei viaggi in mare verso terre lontane e sconosciute. In uno dei suoi viaggi, arriva nella terra di Lilliput, dove gli abitanti sono esseri umani microscopici, alti quanto un dito.
Gulliver racconta nel suo diario usi e costumi di questo popolo, tra cui ciò che segue.
 
"[...] Quando scelgono il personale per ogni tipo di impiego, considerano la moralità dell'individuo molto di più della sua abilità; e poiché il governo è necessario all'umanità, sono convinti che un comune cervello sia idoneo ad un compito come ad un altro, e che la Provvidenza non si è sognata mai di fare del governo un'attività misteriosa, comprensibile ad un ristretto numero di intelligenze superiori, di cui non ne nascono più di due o tre in un secolo. Essi invece pensano che tutti sono dotati di sincerità, giustizia, temperanza e simili; virtù, queste, la cui osservanza, unita all'esperienza e alle buone intenzioni, saranno sufficienti a rendere idoneo un individuo al servizio del suo paese, eccetto quei casi nei quali sia richiesto uno specifico corso di studi. Ma non c'è dote intellettuale straordinaria che possa rimpiazzare la mancanza di virtù etiche, e gli impieghi non possono essere affidati alle mani di simili individui. In ogni caso gli errori commessi per ignoranza, in assenza di cattiva intenzione, non saranno mai tanto funesti per il bene pubblico come quelli commessi da uno, disposto per natura alla corruzione, che in più sappia manovrare abilmente per difendere e moltiplicare i suoi raggiri."

domenica, 02 novembre 2008

"La gloria"

Trent'anni fa, il 1° novembre del 1978, moriva Giuseppe Berto.

Ci lasciò, tra le altre opere, il libro scritto nell'imminenza e nella prospettiva della morte. Uno dei testi che più amo.

E' "La gloria", "la storia di un tradimento compiuto per amore, in intima complicità con la vittima, duemila anni fa. Un romanzo che riflette le contraddizioni, la violenza, il disperato bisogno di trascendenza dei nostri anni e della nostra generazione".

"Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l'ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l'angoscia di non crederci." (Giuseppe Berto) (dalla quarta pagina di copertina)

Citazione: Giuseppe Berto: "La gloria", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1978 (I edizione Oscar Mondadori novembre 1980)


mercoledì, 29 ottobre 2008

Fra’ Cristoforo, chi era costui?

Oggi ho realizzato che:

1. gli studenti non studiano;
2. i Promessi Sposi non sono accattivanti;
3. sono sadico.

Non che dovessi arrivare ad oggi per scoprire queste tre verità, ma oggi ne ho avuto la conferma.

Alla domanda: chi era fra’ Cristoforo?
Lo studente risponde: un uomo.
Naturale… (spero che non dica che per scoprirlo gli ha alzato la tonaca…)
Ma che lavoro faceva?
Il frate.
Ovvio, riprendo io, ma nella sua vita era stato sempre un frate?
Sì, ma era un frate bullo.
Chiedo: in che senso?
Risposta: era uno che aveva ucciso.
Io sadico: ma li aveva colpiti con la coroncina del rosario?
No profe! Ma cosa dice!
Meno male…
Lo ha ucciso con la spada!
Io: e dove la teneva questa spada?
Sotto la tonaca.
Volevo piangere! Ma volevo anche vedere come andare a finire.
Sotto la tonaca? Riprendo io… ma non gli dava fastidio?
Ha ragione profe. Era uno stiletto.
Allora chi uccide?
Otto.
Ricordo che nello scontro tra Lodovico, il signorotto e i rispettivi bravi i morti erano stati tanti ma otto mi sembravano eccessivi. Chiedo: ma dove lo hai letto?
Riprende: lo ha detto lei!
Ah sì? Sarà l’età che avanza ma non ricordavo…. Sarà. Domando: e poi che succede?
Che va dal fratello di Otto e si fa dare il pane.
E ora sto Otto da dove viene fuori? Domando : chi è Otto?
Il signor Otto, il signore ucciso da Cristoforo.

Voglio cambiare mestiere! Per il momento vado in III (lì mi hanno detto che l’iscrizione della porta dell’inferno recita: BENVENUTI)

Domani sciopero. Il motivo? Leggi sopra. Se con tre maestri siamo a questi livelli, con uno meglio chiudere