PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
Finalmente, dopo averla inseguita per quasi otto mesi, riuscii a parlarle.
Fin dai primi giorni di scuola avevo cercato di mettermi in contatto con lei, continuando a convocarla mediante il libretto personale del figlio, mio alunno di una classe terza che mi era stata appena assegnata.
Per un mese non accadde nulla. Le mie comunicazioni non ottenevano alcuna attenzione, non venivano nemmeno firmate. Chiamare al telefono era assolutamente impossibile. Il numero che era stato lasciato per le comunicazioni scuola e famiglia risultava essere inesistente.
Alle mie sollecitazioni, il figlio rispondeva sistematicamente: "Mia madre lavora." Ricordo che una volta ero sbottata: "Io e i miei colleghi invece siamo qui per divertirci!"
I mesi passavano. Il figlio, di origine marocchina ma in Italia dalla prima infanzia, continuava ad essere impertinente, arrogante, distratto. Il profitto complessivo era preoccupante anche se noi docenti sapevamo che, se avesse voluto, sarebbe bastato che si decidesse a studiare un po' e, intelligente com'era, avrebbe potuto raggiungere una valutazione sufficiente.
A metà aprile, la signora si fece viva. Mi chiese un incontro per la settimana successiva.
Durante l'incontro evidenziò il suo disappunto perché, cito testualmente, "Voi insegnanti avete preso in antipatia il mio figliolo che va bene in tutte le materie, a parte italiano, matematica, economia aziendale, scienze e inglese. Anche il voto di condotta è positivo!"
Le feci notare che un "7" in condotta non era affatto positivo. Non mi sembrava inoltre che noi insegnanti avessimo in antipatia il suo figliolo. Indubbiamente eravamo indispettiti dal comportamento di uno studente con buone capacità che non sfruttava le sue potenzialità e che, soprattutto, non rispettava le regole di buona creanza, mangiando e bevendo durante le lezioni e rispondendo con arroganza ed impertinenza ad ogni rimprovero.
"Colpa vostra!" mi rispose. "Tutti gli italiani sono maleducati perché la scuola e la famiglia non sanno farsi rispettare."
Risposi piccata: "In questa sede stiamo parlando di suo figlio. Vorrebbe forse dirmi che il suo comportamento è un modo per integrarsi con i suoi compagni italiani?"
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Mi capita spesso di ripensare alle parole di quella madre. E mi chiedo che senso abbia pretendere il rispetto delle regole, di tutte le regole, da parte di chi arriva nel nostro Paese quando sono gli italiani i primi a non rispettarle.