PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
Quando ero piccola, come tanti bambini, avevo paura del buio; forse a ciò contribuiva mio fratello, annunciandomi quasi ogni sera che sarebbe venuto a farmi visita Belfagor, io manco lo conoscevo quel Belfagor lì, perchè ero troppo piccola ma lo stesso avevo capito che era meglio non averci a che fare.
Ero così piccola che dormivo nel lettino, a fianco al lettone, dalla parte di papà; ricordo che il gioco era così: allungavo la mano tra le sbarre del lettino (quelle per evitare le cadute ai marmocchietti) e la tenevo stretta in quella di papà; poi lui diceva la frase di rito: "Allora che si fa stasera? Chi sta di guardia? Dormi tu o dormo io?". Io mi offrivo sempre di fare il primo turno, ma lui mi esortava, persuasivo, al secondo, dichiarando che non aveva sonno. Così, ogni sera, mi addormentavo tranquilla fino all'indomani. Non so quanto tempo dopo ho capito dove stava il 'trucco', ma gliene fui molto grata!
Un altro gioco riguardava la passeggiata serale, nella buona stagione; dopo cena lui si preparava per uscire e mi chiedeva di accompagnarlo; io rispondevo che avevo sonno, sbadigliavo platealmente e rifiutavo l'invito. Poi, dopo pochi minuti, lo raggiungevo di corsa e gli prendevo la mano...lui, ogni volta, mi faceva una gran festa, fingendo stupore e meraviglia.
La difficile arte di educare richiede impegno, pazienza e, soprattutto, coerenza.
Non so perché, ma sin da bambina l'arte di educare mi ha affascinato anche se non ne ero consapevole.
Ricordo che spesso, in occasione della "Festa della mamma" o della "Festa del papà" ho regalato ai miei genitori manuali sull'argomento.
Li acquistavo presso l'oratorio della parrocchia che frequentavo regolarmente.
Uno di questi manuali aveva la copertina rosa e si intitolava "Bambino senza complessi, adulto felice".
Un altro, quello che ho sempre apprezzato, che ho chiesto poi in prestito a mia madre e che ho tuttora a casa mia é "I 40 segreti dell'educatore - Consigli pratici per genitori ed educatori" scritto da Ernst Ell (psicologo e consulente per i problemi educativi presso le scuole e gli istituti statali della città di Karlsruhe, come c'è scritto nella seconda pagina di copertina) e pubblicato dalle Edizioni Paoline nel giugno 1969.
Contiene saggi consigli di buon senso ed insiste soprattutto sul buon esempio che i genitori devono dare ai figli.
"Il frutto non cade lontano dall'albero", "Pretendere un massimo", "Concedere un minimo", "Il coraggio di essere duri", "Avere fiducia", "Incoraggiare significa esigere".
Questi ed altri sono i consigli che il testo contiene.
Inutile dire che è molto forte l'ispirazione cristiana che accompagna tali consigli. E' anche vero che molti di quegli stessi consigli sono un po' superati. Ma, al di là del periodo in cui sono stati formulati ed inserendoli nel loro contesto di appartenenza, ritengo tuttavia che molti di essi siano tuttora validi.
Valori come il rigore e la coerenza, il buon esempio e la saggezza sono sempre validi. Lo sono ancora di più in un sistema complesso come è quello in cui viviamo in cui i più giovani pretendono di essere ascoltati e di capire il senso di ciò che chiediamo loro.
Ecco perché educare è sempre più complicato e difficile.
Non basta l'amore. Anche perché spesso, proprio in nome dell'amore genitoriale, si commettono gravissimi errori che potranno segnare per sempre il bambino, il ragazzo, il figlio che finiamo per danneggiare proprio in nome del nostro amore.
E' entrato di diritto, ancora prima della sua scomparsa, avvenuta proprio dieci anni fa, in molte delle nostre antologie per il biennio. Nel concerto di fine anno della scuola in cui insegnavo nel 1999 lo ricordammo cantando "La guerra di Piero" e "La canzone di Marinella".
"La guerra di Piero" è uno dei suoi testi che più spesso ho analizzato insieme agli studenti delle classi che, nel corso degli anni, mi sono stati affidate.
Oggi voglio però ricordare Fabrizio De Andrè con il testo della canzone con cui spesso inizio la trattazione del modulo sulla poesia.
E' la canzone che è stata scelta personalmente da Dori Ghezzi come simbolo della poesia di Faber e che questa sera alle ore 22.50 verrà trasmessa da Rai 3 nel corso della trasmissione "Che tempo che fa" in contemporanea con oltre 100 emittenti radiofoniche in tutta Italia.
L'iniziativa è stata lanciata da Fabio Fazio e rientra nell'ambito delle celebrazioni previste per ricordare la figura del cantautore genovese in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa.
La canzone è "Amore che vieni, amore che vai".
De Andrè la incise nel 1966 sotto etichetta Karim; nel brano prevale il messaggio della precarietà dell'amore e la sua incertezza, sottolineato con semplici strofe.
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t' ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t' ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
Trent'anni fa, il 1° novembre del 1978, moriva Giuseppe Berto.
Ci lasciò, tra le altre opere, il libro scritto nell'imminenza e nella prospettiva della morte. Uno dei testi che più amo.
E' "La gloria", "la storia di un tradimento compiuto per amore, in intima complicità con la vittima, duemila anni fa. Un romanzo che riflette le contraddizioni, la violenza, il disperato bisogno di trascendenza dei nostri anni e della nostra generazione".
"Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l'ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l'angoscia di non crederci." (Giuseppe Berto) (dalla quarta pagina di copertina)
Citazione: Giuseppe Berto: "La gloria", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1978 (I edizione Oscar Mondadori novembre 1980)