PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
...miei cari ex studenti, una sorta di messaggio in bottiglia che, anzichè affidato alle acque del mare, si serve di questo blog.
Non so se mi leggerete, non so se mi riconoscerete, non so dove siate adesso realmente.
Lo sapete bene, sono dell'idea che un docente debba limitarsi ad essere tale e non frequentare i suoi studenti, anche ex, fuori dall'ambito meramente scolastico. Un docente è un docente, non un amico, non un compagno di giochi. Per questo non ho mai partecipato, se non agli inizi della mia attività, alle vostre cene di fine anno scolastico.
Nonostante non vi veda da un po' di tempo, vi ricordo tutti, da quelli dell' anno scolastico 1988/89 (il mio primo anno di insegnamento), agli ultimi dello scorso 2006/07 (penso soprattutto agli studenti di quinta, terribili ma simpatici, che in occasione dell'Esame di Stato hanno giustamente pagato per il loro scarso impegno e la loro presunzione. Ho sofferto per questo ma, spiace dirlo, se lo sono meritato).
Siete tanti, tutti presenti nella mia memoria, tutti, indistintamente, da quelli più bravi e corretti a quelli scansafatiche che mi hanno fatto sudare le classiche "sette camicie" per ottenere un minimo di attenzione e ascolto (e non sempre, purtroppo, ci sono riuscita).
A ciascuno di voi ho dedicato tutta la mia attenzione, anche quando pensavate che non fosse così, anche quando pensavate che ce l'avessi con voi perchè continuavo a richiamare la vostra attenzione e a controllarvi invitandovi ad impegnarvi e a studiare perchè mai vi avrei regalato un voto, per nessun motivo, e ciascun voto ottenuto era solo vostro, quanto avevate realmente meritato.
Spesso vi ho stressato, come amate dire voi, con le mie fisime, con la mia meticolosità e la mia pignoleria, ma l'ho sempre fatto a fin di bene, anche quando vi rimproveravo aspramente, anche quando diventavo insopportabile.
Mi auguro che qualcosa di quanto ho cercato di trasmettervi sia servito a crescere, a rendervi tutti un po' più saggi e coscienti delle vostre potenzialità, sia servito soprattutto ad insegnarvi a credere in voi stessi e a impegnarvi per raggiungere i vostri obiettivi.
"Sogna, ragazzo, sogna,
non cambiare un verso
della tua canzone,
non lasciare un treno
fermo alla stazione,
non fermarti tu….
Sogna, ragazzo, sogna,
piccolo ragazzo
nella mia memoria,
tante volte tanti
dentro questa storia:
non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu."
(Tratto da "Sogna, ragazzo, sogna", album omonimo di Roberto Vecchioni, 1999, EMI Music Italy)"
Post di Critolao del 22 settembre 2007 (Vecchi post - 34)
Fino alla fine, continuarono a sperare nella sua guarigione. Ci credevano davvero, forse spinti anche dalla forza e dal coraggio di quella giovane madre. Una vera madre. Capace di piangere e disperarsi, ma non davanti a lui. Perchè lui non doveva sapere quanto grave fosse la sua malattia. Lui doveva vivere come tutti i suoi compagni, libero di continuare a fare progetti per il futuro, come tutti i sedicenni fanno.
Sì, i suoi insegnanti credevano davvero che ce l'avrebbe fatta. E quando vennero informati che non sarebbe andata così, attoniti continuarono a mantenere quel segreto terribile. Mauro non doveva sapere. I suoi compagni non dovevano sapere.
Così, quel terribile dolore potè essere rivelato a tutti solo in quell'assolato giorno di giugno, quando Mauro se ne andò. Ma non li lasciò soli. Era con tutti coloro che lo avevano amato e non lo avrebbero dimenticato.
Vivo nei loro cuori. Per sempre.
"Non muore
chi rimane vivo
nel nostro cuore"
"In prima, Emilio era particolarmente timido. Un ragazzino intelligente, studioso, ma quasi impaurito dai compagni della classe in cui era capitato. Era una classe di un professionale meccanici, mica il liceo classico. Dentro c'era di tutto. Del resto si sa: l'obbligo scolastico bisogna pur assolverlo e se i CFP (Centri di Formazione Professionale) non ti accettano a causa del numero chiuso, in qualche scuola bisognerà pur andare. E che c'è di meglio di un professionale meccanici? Così, in certe classi prime, composte da 25/28 studenti, di cui almeno la metà buttati fuori dalla scuola media con un giudizio di "sufficiente" che sufficiente non è, è già tanto se, a fine anno, si riesce ad essere promossi.
Emilio decise di adattarsi per sopravvivere, come da sempre tutte le specie viventi hanno fatto. In quelle classi non c'era bisogno di studiare più di tanto, e comunque essere il più bravo della classe era un ruolo scomodo: troppe minacce da parte di alcuni, più grandi e forti di lui. Parlarne con i professori era inutile: quand'anche lo avessero protetto tra le mura dell'istituto scolastico, prima o poi sarebbe dovuto tornare a casa. E diventava rischioso anche uscire in paese con gli amici, andare in palestra o all'oratorio. Bisognava cambiare, bisognava adattarsi. Ed Emilio si adattò. Negli anni successivi diventò uno dei più violenti ed aggressivi studenti della sua classe. Sembrava quasi si compiacesse a deridere i suoi compagni più deboli ed a fronteggiare spavaldamente gli insegnanti, soprattutto quelli alle prime armi, più sprovveduti. Le sue argomentazioni erano precise e raffinate, un oratore nato, dotato di una competenza espositiva arricchita dalla sua preparazione culturale.
Poi, in quarta, accadde qualcosa. A gennaio vennero aggregati alla classe due nuovi studenti, provenienti da altri istituti. Il loro carisma conquistò quasi tutti i compagni dell'istituto. Erani due "fighi" quelli lì, altro che! Due persone di mondo. Se ne fregavano di tutto, non avevano peli sulla lingua, insultavano tutti, studenti, professori, anche la stessa preside che, al loro cospetto, taceva, quasi intimidita. Frequentavano brutti ambienti, quei due, ambienti pericolosi. Meglio non impicciarsi e non rischiare di dover portare l'auto a riparare ogni settimana: gomme tagliate, vetri rotti, graffi sulla carrozzeria. Non importa se poi quei due iniziavano all'uso di pasticche ed altro anche i ragazzini di prima, gestendo i loro traffici nei corridoi e nel cortile della scuola. Emilio decise di provare anche lui. Le prime pasticche gliele regalarono (un vero affare, anche se non è che costassero poi molto, 5 euro ciascuna, una sciocchezza...). In fondo, che cosa gli sarebbe costato provare? Anche perchè quei due gli dicevano apertamente che era uno sfigato, un bamboccio, un cocco dei profe, altro che ribelle!
Provò. Così facevano tutti, perchè non avrebbe dovuto farlo anche lui? Dimostrò di non essere un bambino. Era un uomo, spavaldo e coraggioso! I due ne apprezzarono le gesta e lo accolsero nella loro congrega. I suoi genitori cominciarono a non riconoscerlo più. Intanto dormiva, in continuazione, anche in classe. Non aveva più voglia di far nulla. I suoi insegnanti che, nonostante la sfrontatezza, ne apprezzavano l'acume e le capacità, videro quella mente appassire. Nei momenti di lucidità apparivano solo alcuni tratti delle sue potenzialità. Ma spesso, durante un'interrogazione o un compito in classe, improvvisamente dimenticava ciò che avrebbe voluto dire o scrivere. Allora cominciava ad imprecare, urlava e se la prendeva con quei due: "Drogati!", li apostrofava così, incurante della presenza degli insegnanti, incurante che lo ascoltassero. Il consiglio di classe decise di ammetterlo comunque agli esami di stato. Che furono un disastro. Emilio fu bocciato.
Non so che fine abbia fatto Emilio.
Emilio non esiste anche se io l'ho incontrato. La sua storia è la sintesi di tante storie che accadono nella nostra scuola, nella nostra società.
Come adulto e come docente penso che non si possa continuare a far finta di nulla, non si può continuare a vedere le menti delle nostre giovani generazioni distruggersi così, perchè così fan tutti... (anche alcuni parlamentari, come ha affermato ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Carlo Giovanardi). "
Post di Critolao del 26 giugno 2008 (Vecchi post - 33)
"Un'ulteriore riflessione sull'argomento del mio precedente post (La solitudine delle nuove generazioni) mi ha suggerito altre considerazioni; è vero, noi insegnanti non siamo psicologi (infatti quando è il caso suggerisco ai miei alunni di rivolgersi allo sportello di ascolto, gestito da uno psicologo) ma se è vero che noi dobbiamo pensare soprattutto ad insegnare è anche vero che le famiglie dovrebbero continuare a fare il loro 'mestiere'.
Anche all'interno delle nostre famiglie i problemi c'erano, eccome; anche vent'anni fa i genitori si separavano e, prima di farlo, in moltissimi casi litigavano, persino davanti ai figli, come accade ora; non mancavano problemi di natura economica nè legati alla salute. Quello che però mancava, a mio avviso e per fortuna, era questa nuova figura che è la 'mamma amica'; moltissime mie studentesse e anche alcuni studenti nei loro temi ne parlano con entusiasmo.
Sono d'accordo che un genitore sia amichevole ma non che sia amico; quest'ultimo ha caratteristiche che mal si accordano al ruolo di genitore: l'amico è complice e confidente. Inutile dire che non si può educare un figlio e, nello stesso tempo, essere suo complice; quanto al ruolo di confidente, è positivo che un giovane confidi gioie, dolori e quant'altro al genitore, ma trovo aberrante che avvenga il contrario!
Non è 'sano' che una madre pensi di poter confidare alla figlia o al figlio la propria delusione per un matrimonio che non funziona più, o di essersi invaghita di un altro uomo o di non sentirsi più appagata dalla vita familiare, l'uomo di cui si parla è il padre del malcapitato ragazzino e la famiglia venuta a noia è propria quella di cui anche lui fa parte!
Per quelli che sono i miei ricordi, una volta i figli non venivano coinvolti in questioni tanto delicate e dolorose, ma protetti. Io non ho vissuto la separazione dei miei, ma la lunga e sofferta malattia di mio padre. Quando mia madre tornava dall'ospedale, dove aveva parlato con i medici, io le chiedevo cosa avessero detto; lei cercava di informarmi senza ferirmi, mi faceva capire che la faccenda era abbastanza seria ma non scendeva mai in dettagli che mi avrebbero provocato ulteriore dolore. Non confidava a me la sua disperazione! C'erano gli adulti per questo!
Non gioiscano i padri, anche il loro ruolo ha subito serie 'picconate' e non me ne vogliano le madri, sicuramente c'è chi tra loro riesce ad essere amichevole senza perdere di vista il proprio prezioso, indispensabile e insostituibile ruolo!"
Post di Pandora20 del 16 maggio 2008 (Vecchi post - 31)