PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
Quando, all'inizio dell'anno scolastico in corso, il Ministero della Pubblica Istruzione cominciò a parlare dell'importanza, ai fini della promozione, del voto di condotta, anche noi docenti comunicammo agli studenti che era finita l'era della maleducazione e del bullismo: con il 5 in condotta, dicevamo, sarebbero stati bocciati, anche nel caso in cui, per assurdo, nelle materie disciplinari avessero ottenuto tutti 10.
Le scuole più solerti si misero al lavoro, affidando ad apposite commissioni il compito di redigere le nuove griglie di valutazione per l'attribuzione del voto di condotta.
Certo, il decreto non era molto chiaro e mancava il decreto attuativo. Pertanto, ci si chiedeva se la griglia di valutazione, dovendo attribuire il voto in decimi, dovesse comprendere tutti i voti o fermarsi al 5, voto insufficiente che già presupponeva comunque la non promozione.
Insomma, si navigò a vista, in attesa del decreto attuativo e arrangiandosi un po', secondo il tipico costume nazionale.
Alcune scuole non fecero nulla, in attesa dell'agognato decreto attuativo.
E fu il caos.
Il decreto attuativo, infatti, arrivò a metà gennaio.
Peccato però che, in base alla organizzazione autonoma dei vari istituti scolastici, molte scuole avessero già effettuato gli scrutini del primo quadrimestre ed applicato le nuove (o le vecchie) tabelle di valutazione.
Ci furono così studenti con "4" o "5" o "7" in condotta, voti che esprimevano, in modo diverso, una valutazione negativa del comportamento.
Alcune scuole riuscirono a cambiare in fretta e furia le proprie tabelle di valutazione, adeguandole alle indicazioni ministeriali.
Indicazioni che, in sintesi, prevedono che il 5 in condotta possa essere assegnato solo a quegli alunni che abbiano tenuto comportamenti passibili di sanzione civile o penale, a cui sia stata comminata una sospensione dalle lezioni di durata continuativa superiore ai 15 giorni e che, dopo essere stati puniti non abbiano assunto un atteggiamento corretto.
In sintesi: ancora una volta, tutti i docenti che avevano sistematicamente sottolineato che un atteggiamento distratto o poco corretto avrebbe potuto essere valutato con il 5 in condotta e una relativa non promozione, erano stati smentiti dalle indicazioni ministeriali.
Quanto avevano ragione quei miei ex alunni di una classe quinta di qualche anno fa, turbolenti e simpatici, quando continuavano a ripetere, indicando noi adulti, "Non siete credibili!"
Maestro Unico (nome e cognome di fantasia) è stato appena immesso in ruolo in una "scuola di confine", indirizzo professionale.
Maestro Unico mi è sembrato, il primo giorno in cui ci siamo incontrati, molto propositivo: prepariamo questo..., muoviamoci in questo modo.... .Dal secondo giorno ho avuto modo di notare che è uno che non "quaglia" (traduco per i non meridionali: tanto fumo e niente arrosto).
Maestro Unico è un uomo con cui puoi parlare di politica ma poco di didattica. Maestro Unico, nel corso di questi mesi si è rivelato quello che è.
Maestro Unico e la tecnologia: due rette parallele, Maestro Unico e la materia che insegna: due rette parallele, Maestro Unico e l'insegnamento: due rette parallele. Maestro Unico legge il giornale in classe: nobile progetto il "quotidiano in classe", direte voi. No! Legge il suo giornale mentre i ragazzi fanno ciò che vogliono. Maestro Unico, sorpreso più e più volte in "flagranza di reato"è stato richiamato dalla Dirigenza. Ha risposto: "Chi? Io?!?!" Non ero io!".
Ringrazio Critolao per le parole di apprezzamento. Lei, con i suoi preziosi consigli e la "didattica onesta", è stata il mio demiurgo. Per la mia crescita cerco di imparare dagli errori e di essere consapevole.
Finalmente, dopo averla inseguita per quasi otto mesi, riuscii a parlarle.
Fin dai primi giorni di scuola avevo cercato di mettermi in contatto con lei, continuando a convocarla mediante il libretto personale del figlio, mio alunno di una classe terza che mi era stata appena assegnata.
Per un mese non accadde nulla. Le mie comunicazioni non ottenevano alcuna attenzione, non venivano nemmeno firmate. Chiamare al telefono era assolutamente impossibile. Il numero che era stato lasciato per le comunicazioni scuola e famiglia risultava essere inesistente.
Alle mie sollecitazioni, il figlio rispondeva sistematicamente: "Mia madre lavora." Ricordo che una volta ero sbottata: "Io e i miei colleghi invece siamo qui per divertirci!"
I mesi passavano. Il figlio, di origine marocchina ma in Italia dalla prima infanzia, continuava ad essere impertinente, arrogante, distratto. Il profitto complessivo era preoccupante anche se noi docenti sapevamo che, se avesse voluto, sarebbe bastato che si decidesse a studiare un po' e, intelligente com'era, avrebbe potuto raggiungere una valutazione sufficiente.
A metà aprile, la signora si fece viva. Mi chiese un incontro per la settimana successiva.
Durante l'incontro evidenziò il suo disappunto perché, cito testualmente, "Voi insegnanti avete preso in antipatia il mio figliolo che va bene in tutte le materie, a parte italiano, matematica, economia aziendale, scienze e inglese. Anche il voto di condotta è positivo!"
Le feci notare che un "7" in condotta non era affatto positivo. Non mi sembrava inoltre che noi insegnanti avessimo in antipatia il suo figliolo. Indubbiamente eravamo indispettiti dal comportamento di uno studente con buone capacità che non sfruttava le sue potenzialità e che, soprattutto, non rispettava le regole di buona creanza, mangiando e bevendo durante le lezioni e rispondendo con arroganza ed impertinenza ad ogni rimprovero.
"Colpa vostra!" mi rispose. "Tutti gli italiani sono maleducati perché la scuola e la famiglia non sanno farsi rispettare."
Risposi piccata: "In questa sede stiamo parlando di suo figlio. Vorrebbe forse dirmi che il suo comportamento è un modo per integrarsi con i suoi compagni italiani?"
***
Mi capita spesso di ripensare alle parole di quella madre. E mi chiedo che senso abbia pretendere il rispetto delle regole, di tutte le regole, da parte di chi arriva nel nostro Paese quando sono gli italiani i primi a non rispettarle.