PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
Appena arrivata al liceo, cominciai a sentir parlare di "mobilitazione".
Era passato poco più di un lustro dal periodo delle grandi contestazioni studentesche, i decreti delegati erano entrati in vigore da circa due anni e tutti, anche coloro che li consideravano un "contentino" concesso dal potere costituito per placare la rivolta studentesca, cercavano di utilizzarli al meglio: erano comunque un'occasione di democrazia nella scuola, un'occasione di partecipazione e, dunque, parafrasando Gaber, di libertà.
Certo, le ore mensili di assemblee concesse erano ben poca cosa rispetto alle assemblee permanenti di qualche stagione prima, ma gli studenti non si perdevano d'animo.
Mi accadde così di assistere, nel dicembre del 1975, alla convocazione immediata di un'assemblea non autorizzata.
I leader del movimento studentesco della mia scuola bussarono alla porta, salutarono l'insegnante di lettere (al ginnasio di solito in aula c'è sempre l'insegnante di lettere, dato che svolge le sue 18 ore settimanali su una sola classe) e dissero: "Vorremmo avvisare gli studenti che tra mezz'ora è convocata un'assemblea non autorizzata degli studenti, assemblea che si svolgera nel cortile della scuola. Se volete partecipare, ed è un vostro diritto, lasciate l'aula e raggiungeteci in cortile." Salutarono e se ne andarono.
Noi ci guardammo perplessi e poi rivolgemmo uno sguardo interrogativo verso l'insegnante. Avevamo tutti tra i tredici e i quattordici anni. Qualcuno di noi forse era un po' più informato ma di politica, intesa in senso lato, non capivamo quasi nulla.
L'insegnante, una bella donna di circa 35 anni, ideologicamente orientata, senza strafare, a sinistra, non disse nulla. Aspettò le nostre domande. Parlò Lara, la più brava della classe nonchè rappresentante degli studenti.
"Possiamo farlo?" chiese.
"In teoria no, dato che non sareste autorizzati e potreste incorrere in un provvedimento disciplinare del Consiglio di Classe o del Preside. In pratica, se volete, fatelo, ma ve ne assumerete la responsabilità. Qualora decidiate di andare, sappiate che per domani avevo intenzione di spiegare tale argomento di latino. Vorrà dire che lo studierete per conto vostro e porterete la versione relativa a pagina xx."
Così disse.
Io e Laura, la mia compagna di banco, ci guardammo. Se fossimo andate, cosa che morivano dalla voglia di fare e ci era bastato guardarci per saperlo, avremmo dovuto fare i conti con l'ira funesta dei nostri genitori. Però volevamo capire, volevamo sapere.
L'insegnante riprese la lezione.
Arrivata l'ora dell'assemblea non autorizzata, la rappresentante alzò la mano e, su cenno dell'insegnante che la autorizzava a parlare, disse: "Professoressa, mi perdoni, ma io vorrei partecipare a quella assemblea, assumendomene le responsabilità."
Raccolse i suoi libri, salutò, si alzò dal suo banco e si avvicinò alla porta. Immediatamente, tutti noi della IV C seguimmo il suo esempio. Guardammo dispiaciuti, ma non impauriti, l'insegnante e raggiungemmo il cortile.
Là c'erano altri studenti. Una buona parte di studenti. Non tutti.
Uno dei leader cominciò a parlare. "E' iniziata la mobilitazione!" urlò alla folla.
Ed io, guardando Laura, pensai che era iniziata anche la mia mobilitazione. (continua)
"In verità si è soliti dire che un potere superiore può privarci della libertà di parlare o di scrivere, ma non di pensare. Ma quanto, e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro? Quindi si può ben dire che quel potere esterno che strappa agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i loro pensieri, li priva anche della libertà di pensare, cioè dell'unico tesoro rimastoci in mezzo a tutte le imposizioni sociali, il solo che ancora può consentirci di trovare rimedio ai mali di questa condizione."
Immanuel Kant: "Che cosa significa orientarsi nel pensiero", a cura di Franco Volpi, traduzione di Petra Dal Santo, Adelphi edizioni, Milano, 1996, pgg. 62 - 63 (Articolo pubblicato per la prima volta nel numero di ottobre del 1786 della "Berlinische Monatsschrift" -VIII, 1786, pp. 304 - 330-).
Ci sono aspetti su cui si continuerà a discutere all'infinito, almeno nel nostro Paese. Uno di questi riguarda la laicità dello Stato. Non si intende in questa sede affrontare questioni bioetiche su cui, inevitabilmente, periodicamente si torna a discutere.
Ciò cui ci si riferisce è la libertà di culto.
Vi sono alcuni diritti inalienabili che dall'Illuminismo in poi dovrebbero appartenere a ciascun individuo.
I miei alunni dicono che sono fissata. E' vero, lo sono. Molto fissata. Puntigliosa. Meticolosa.
Entro in classe, in qualunque ora della mattinata, e faccio l'appello. "Ma profe" - mi dicono -"gli assenti sono già segnati, non è la prima ora, questa."
Vero. Peccato però che può accadere (è accaduto) che a volte gli studenti spariscano. Vanno via. Escono dall'Istituto e non tornano più in classe. E quando lo si scopre, di chi è la colpa, se non dell'insegnante?
"E' l'insegnante che deve controllare che durante le ore di lezione nessuno vada via." Così di sentì dire una collega dal suo Dirigente Scolastico il giorno che, alla quarta ora (quella dopo l'intervallo) si accorse che due studenti non erano rientrati in classe uscendo dall'Istituto. "Bisogna fare l'appello sempre, appena si entra in classe, e segnalare le anomalie." Così parlò il Dirigente Scolastico.
Ed io, da quel giorno, appena entro in classe faccio l'appello. Non si sa mai. Perchè accade (è accaduto) che gli studenti a volte spariscono.
I consigli di classe che piacciono a me sono quelli in cui si parla degli studenti, cosa che può apparire scontata ma che, nella realtà, non lo è. L'ordine del giorno prevede spesso questioni squisitamente burocratiche.
A me piace parlare di loro, a cominciare dal primo nome del registro; mi interessa dire la mia ma, soprattutto, mi preme sapere quale opinione si sono fatti i miei colleghi di ogni singolo studente; è singolare quante sorprese possa rappresentare questa occasione. Gli studenti, a volte, sembrano dei 'mutanti'! Quello che con te è riservato, quasi timido, insomma un 'agnello pasquale' con tanto di fiocco, con il collega è spiritoso, intraprendente, quasi sfacciato, o viceversa. Trovo utilissimo questo momento di confronto, nel quale imparo a conoscere meglio i miei ragazzi, a individuarne aspetti, ai miei occhi, inconsueti.
Ecco perchè mi irrita moltissimo il/la collega di turno che (essendo io, ogni anno, coordinatrice di almeno una classe) mi incalza "Dai, comincia, falli stare zitti (riferito ai colleghi) se no non ce ne andiamo più via; facciamo presto, che abbiamo già perso tanto tempo con la classe precedente!" e che appena mi sente pronunciare il primo nome in ordine alfabetico, sibila "Ma non vorrai mica parlare di tutti?!! Consideriamo solo i casi più gravi!".
Non sono una fanatica stacanovista, è solo che i consigli di classe non si fanno ogni giorno, nè ogni settimana e (talvolta) neppure ogni mese, perciò, quando è il momento non sopporto che si proceda con gli occhi fissi sull'orologio e con il pensiero che corre alla cena da preparare piuttosto che alla partita a scacchi da giocare!
Naturalmente molti tra i miei colleghi la pensano esattamente come me e mi riferisco solo ad una cerchia ristretta...ma sufficientemente 'urticante'.