PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.
Come ogni anno, nell'imminente avvio dell'anno scolastico, si discute sul rincaro dei prezzi dei testi scolastici e sul fatto che spesso le case editrici pubblicano nuove edizioni che poco hanno di diverso rispetto all'edizione precedente, se non il codice ISBN (codice a barre, importantissimo!!!), la prima pagina di copertina (gialla anzichè rossa!!!) e poco altro.
Complici di questa spesa, che grava su buona parte delle famiglie italiane, vengono a volte ritenuti anche gli stessi insegnanti che, secondo l'opinione diffusa, non si fanno scrupolo di cambiare i libri di testo anche senza che ve ne sia un'effettiva necessità.
In alcuni casi forse questo è possibile ma in generale mi sento di affermare, sulla base della mia esperienza concreta, che spesso i docenti si trovano nella condizione di dover accettare l'adozione di nuove edizioni imposte dalle case editrici che levano dal mercato l'edizione precedente. Gli insegnanti con più esperienza, consapevoli di ciò, suggeriscono agli studenti e alle famiglie di conservare o acquistare al mercatino dell'usato le vecchie edizioni. E tuttavia vero che per alcune materie, come ad esempio economia aziendale, a causa delle continue modifiche di carattere legislativo, è necessario acquistare sempre l'edizione più recente.
Il vero problema però, a mio avviso, è un altro.
Il problema è che ciascun docente è tenuto, a norma di legge, ad adottare un libro di testo. Mi spiego: l'insegnante di italiano deve necessariamente adottare almeno un libro di testo relativo alla sua disciplina. E' obbligatorio, per legge. Per cui l'insegnante che decidesse di utilizzare altro tipo di strumenti come DVD, CD-ROM, laboratorio, riviste specializzate e quotidiani, dovrebbe comunque scegliere almeno un libro di testo da indicare agli studenti.
Personalmente ritengo che sarebbe opportuno abolire l'obbligatorietà dell'adozione del libro di testo, soprattutto per quanto riguarda le discipline da me insegnate (italiano, storia ed educazione civica, disciplina, quest'ultima, che io ho continuato ad insegnare, ritenendo che siano importanti gli apprendimenti e non i voti di profitto degli studenti). Ogni Istituto, a mio avviso, dovrebbe poi provvedere, nell'ambito del proprio POF (Piano dell'Offerta Formativa) a stabilire gli strumenti e i materiali che docenti e studenti utilizzeranno prevedendo, per ogni studente, un tetto di spesa massimo che dovrà essere RIGOROSAMENTE rispettato (quest'ultimo aspetto, nonostante la normativa vigente, non sempre viene tenuto in considerazione dai Consigli di Classe e dalla Dirigenza).
Siamo sempre nel mirino! Non solo siamo quelli che per tanta opinione pubblica godiamo di privilegi unici e forse non meritati, non solo vengono messe continuamente in dubbio la nostra preparazione, la nostra professionalità, la nostra laboriosità, non solo ad ogni inizio di anno scolastico dobbiamo subire iniziative spesso discutibili e talvolta peggiorative della qualità del nostro lavoro (cosa quest'ultima che alla nostra categoria riesce assai bene, poco inclini come siamo a contestare concretamente ciò che disapproviamo così animatamente in sala professori, tra noi, prima di entrare in classe) non solo...infatti c'è dell'altro.
Avevo promesso che non mi sarei lagnata della 'disavvetura' estiva ma qualcosina delle mie riflessioni 'incandescenti' voglio dire, poi la scuola inizierà e tutto sarà dimenticato, i ragazzi sapranno trasmettermi ancora una volta l'entusiasmo di sempre e scriverò post meno 'amari'!
C'è dell'altro dicevo...per esempio, che ogni volta che metto piede in provveditorato ho l'impressione di essere arrivata al momento sbagliato, magari fuori dall'orario di ricevimento, insomma di 'disturbare' (fuor di eufemismo...); poi guardo l'ora e mi accorgo che non ho sforato...e allora?!
Per esempio, che quando mi rivolgo ai sindacati per avere chiarimenti e supporto, trovo un avviso affisso al portone che mi annuncia, proprio nel momento in cui mi sento in piena situazione kafkiana, senza sapere come 'muovermi' nei meandri labirintici di una tortuosa burocrazia, la chiusura dell'uffucio per tutto il mese d'agosto!!!
C'è che quando finalmente, dopo un numero imprecisato ma iperbolico di telefonate, riesco a parlare con qualcuno (e ciò accade ben oltre la 'zona cesarini', quando ci vorrebbe un mago per dipanare la matassa) ricevo informazioni fuorvianti, 'sole' ad appuntamenti, telefonici e non, promesse di un interessamento che in reltà viene procrastinato per giorni, fino a svanire nel nulla!
Insomma, per tanti anni ho creduto di essere rappresentata dal sincato scelto tanto tempo fa su suggerimento di chissà chi (non dico quale perchè non intendo fare o suscitare considerazioni di carattere politico) e invece, in questa circostanza per me nuova e non facile da gestire, ho percepito una spiacevolissima sensazione di 'vuoto'! Sono davvero delusa, oltre che indignata (...altro eufemismo)
Ho 'scoperto l'acqua calda' o sono incappata in una congiunzione astrale negativa?!
Per il mio animo idealista, preferirei la seconda ipotesi!
Sarà che l'ho fatto per più di quindici anni, trepidando durante l'estate e interrogandomi su quale sarebbe stato il mio destino professionale: quali cattedre sarebbero rimaste a disposizione? In quale scuola avrei insegnato? Finchè non ho avuto la possibilità di collegarmi a Internet, trascorrevo le vacanze incollata al telefono ascoltando i notiziari dei sindacati: calendario nomine, classi di concorso convocate, cattedre disponibili e via dicendo.
L'ultimo anno (ma nessuno di noi prevedeva che sarebbe stato l'ultimo anno in cui sceglievamo la cattedra di supplenza) guardavo i volti delle colleghe, sempre le stesse, persone che conoscevo da almeno quindici anni. "Ma vi rendete conto - sbottai - che ci sono venuti i capelli bianchi aspettando di riuscire ad avere una nostra cattedra, solo nostra, a tempo indeterminato?"
Vidi gli occhi di una collega inumidirsi, la rabbia delle più anziane, ormai stanche ed abbattute, e la forza e la determinazione di chi, nonostante tutto, continuava a sostenere che comunque il nostro è il più bello dei mestieri.
Il 29 luglio 2005, giorno in cui noi otto (un gruppo che era rimasto tale per almeno cinque anni perchè all'epoca le immissioni in ruolo non erano così frequenti) fummo convocate per la nomina a tempo indeterminato, ci facemmo scattare una foto: ne avevamo passate tante insieme e finalmente avevamo la nostra agognata cattedra!
Io però avevo passato i migliori anni della mia vita (dai 27 ai 44) in quel modo e così, assuefatta, ho continuato a seguire le informazioni sulle nomine per le supplenze anche dopo essere entrata in ruolo. Certo, non sono più informatissima come lo ero un tempo ma, in generale, mi tengo aggiornata.
Così, stamattina sono andata alle convocazioni per la classe di concorso A050, proprio come avevo fatto anche lo scorso anno.
Ho incrociato gli occhi trepidanti delle nuove leve che scelgono solo da qualche anno e già mostrano i primi segni di stanchezza (animo, colleghi, per fare questo mestiere occorre molta pazienza!); ho rivisto con piacere i colleghi più giovani con cui ho avuto la fortuna di lavorare e, soprattutto, ho sperato che il collega che tanto ammiro scegliesse di insegnare nella quinta che è stata la mia terza e che, a malincuore, ho dovuto abbandonare.
Cari ragazzi, sono davvero felice per voi! E anche tu, collega carissimo, vedrai che imparerai ad apprezzare quegli studenti, certamente poco studiosi ma tanto amabili perchè genuini e schietti.
Qust'anno ho trovato l'estate più breve, un lampo direi; certo il mese di agosto mi è sfrecciato davanti nel tentativo, che orami definirei vano, di aggiustare la mia 'funestata' assegnazione provvisoria; so per certo di non essere l'unica a dover affrontare ogni anno tali gravose incombenze e non ho intenzione di lagnarmi, tanto direi cose già note ai frequentatori di questo blog.
Comunque tra poco si ricomincia, chissà quali novità ci attendono (ho i brividi a pensarci!); già sappiamo che dovremo augurarci tanta salute, vietato ammalarsi! L'anno scorso ho provato il vaccino omeopatico ma non ha funzionato, quest'anno darò fiducia a quello tradizionale e chissà che non arrivi un risultato vincente.
Auguro a tutti un buon rientro!
Riflettevo oggi sul post di presentinfinito (dal blog La panchina in cima al monte) in cui si faceva riferimento al sempre più diffuso 'mal di vivere' che sembra avvelenerare la nostra società, a tutti i livelli. Ne sono colpiti i giovani, incerti sull'avvenire, disorientati alla ricerca di una 'bussola' che sappia indicare loro la strada giusta; adulti delusi, spaventati da mutamenti di varia natura che non riescono più a controllare.
Pensando alle possibili cause mi sono ripetuta le solite generiche concause; abbiamo tutto il necessario e anche di più, non sappiamo più desiderare, oppure siamo dilaniati da desideri irrealizzabili che generano solo la frustrazionhe dell'insuccesso, non sappiamo godere di ciò che abbiamo, lo svalutiamo con la velocità della luce e subito siamo pronti a dolerci della nostra condizione così poco emozionante.
Poi ho pensato che in effetti l'età della vita dove il 'mal di vivere' è esperienza sconosciuta è l'infanzia; quando mi capita di osservare i piccoli figli dei miei amici, vengo rapita dalla loro risata gaia, dallo sguardo pronto all'incanto del mondo, anche il più banale per noi, da un entusiasmo che traduce una voglia di vivere che non si interroga ma si appaga di sè.
Dell'adolescenza se ne dicono tante; essa è universalmente riconosciuta come l'età difficile per eccellenza, e lo è per diverse ragioni; la mia non è stata delle migliori, ma a suo favore mi sento di spezzare una lancia, sì perchè quando ripenso a quegli anni ho il chiarissimo ricordo che, anche nei momenti più cupi, sentivo che non sarebbe durata, che ci sarebbe stato un momento in cui avrei apprezzato la vita, l'avrei goduta, ne avrei compreso tutta la bellezza e forse mi sarei avvicinata al segreto che la circonda; avevo tanto tempo davanti a me, questo giocava a mio favore. Per contro, i ricordi dolorosi erano ancora limitati, le immagini raccapriccianti di tanti telegiornali ancor meno, le brutture raccontate o vissute risiedevano ancora in un futuro lontano.
Chi ama la letteratura, chi è cresciuto rapportando continuamente il proprio sentire con i poeti di ogni tempo, non può non coronare ogni riflessione esistenziale con il riaffiorare di una qualche lirica che sembra interpretetare alla perfezione ciò che, talvolta, ci è difficile comprendere, 'mettere a fuoco' in modo chiaro e, finalmente, esauriente.
In questa occasione, il poeta in questione è Giacomo Leopardi nella lirica "Alla luna", quando afferma che da giovani le speranze hanno ancora un lungo cammino da percorrere (hanno tutto il futuro su cui proiettarsi) mentre la memoria ne ha uno di breve durata alle spalle ('ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso').
I poeti ci fanno compagnia, la letteratura è sempre lì, un patrimonio che non è nozionismo ma strumento prezioso per affrontare gli interrogativi di ogni tempo, propri della natura umana, sempre urgenti, mai esauriti, mai risolti; non c'è 'oggetto' che possa darci tanto, che non conosca scadenze, che ci faccia volare così in alto...ogni insegnante di lettere, innamorata della letteratura, si danna l'anima perchè nei suoi studenti, ingannati costantemente da 'sirene' che cercano di strapparli ad ogni ideale, sopraggiunga una tale consapevolezza, ogni insegnante di lettere realizza un sogno ogni volta che ciò accade...e talvolta accade.