SALA DOCENTI

PENSIERI, COMMENTI E IDEE IN LIBERTA'---Le sale insegnanti non sono tutte uguali: in alcune, come quella in cui noi della redazione ci siamo incontrati, si parla di tutto, ci si confronta e nascono ottime collaborazioni che rendono piacevole lo stare a scuola. In questo blog vogliamo ricreare virtualmente il clima di quella sala docenti: uno spazio per confrontarsi e far sentire la propria voce, una sorta di redazione o di radio libera simile a quelle degli anni Settanta, quelle libere veramente.

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lunedì, 30 giugno 2008

io copio, tu copi, egli copia...

Io non so copiare, non l'ho quasi mai fatto. Il massimo che mi sono concessa, quando frequentavo il ginnasio, era la consulenza sulle versioni di greco e di latino con Laura, la mia compagna di banco. Tale attività consisteva nello svolgere ciascuna la traduzione e poi, prima di ricopiarla in bella copia, scambiarsi reciprocamente il foglio per leggere la traduzione effettuata dall'altra. Al limite si cambiava qualcosa sul testo redatto da ciascuna, ma in generale, ognuna manteneva la sua versione. Solo una volta, in quinta ginnasio, fummo costrette a consegnare una traduzione identica. Era una versione dal greco, difficilissima (di cui non ricordo altro) e che svolgemmo praticamente in piena collaborazione.

I risultati di quella prova furono disastrosi per l'intera classe: fu un fiorire di 2 e 3 per tutti. La più brava della classe prese 5. Io e Laura prendemmo 6. Però, accanto al voto, l'insegnante scrisse a ciascuna di noi "Cerca di lavorare più autonomamente". Io mi sentii scoperta e umiliata, per me era come se avessi preso 2 o 3. "Che ci importa" -- mi disse Laura (che attualmente esercita la professione di avvocato) - "l'importante è aver preso 6, è quello che fa media".

La volta successiva l'insegnante ci separò. Nel senso che non si accontentò di allontanarci di un paio di metri, come si faceva di solito, ma impose che i nostri banchi fossero disposti negli angoli opposti dell'aula. Dovemmo lavorare autonomamente. Presi 8, come Laura. Da quel momento capimmo entrambe che potevamo farcela da sole e abbandonammo la nostra collaborazione, diventata più un rito scaramantico che altro.


postato da: critolao alle ore 13:25 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, storie, la scuola e la memoria

il concorso ordinario

Il post precedente si è occupato dei docenti precari (o, tecnicamente parlando, dei docenti a tempo determinato).

I docenti di ruolo (o docenti a tempo indeterminato) sono invece coloro che, avendo superato un concorso, ordinario o riservato, dopo un certo numero di anni (alla sottoscritta ne sono bastati 5 dal concorso riservato, per un totale complessivo di 17 anni di precariato, entrando così di ruolo a 44 anni compiuti) vengono convocati per l'assegnazione di una cattedra.

Qualcuno potrebbe obiettare che il mio lungo periodo di precariato possa essere dovuto alla mia sostanziale ignoranza e incompetenza che mi hanno impedito di superare il concorso ordinario. Può essere.

Effettivamente non sono riuscita a superare il concorso ordinario del 1990. Ho svolto la prova scritta a Roma. La prova iniziò tardi, perchè nessuno dei commissari nominati si presentò, a parte una suora. Arrivarono allora tre uomini, che ci dissero di essere tre poliziotti, chiamati a sostituire i commissari assenti. Uno di loro (forse quello di grado superiore) ci parlò chiaramente: che non ci facessimo problemi, se avevamo da copiare copiassimo pure perchè a lui  (e anche agli altri "commissari" che annuirono tutti, compresa la suora) non importava proprio nulla.

E allora successe una cosa che mi sconvolse: dai loro borsoni (che io avevo stupidamente pensato contenessero effetti personali, visto che i più arrivavano da province lontane) gli altri candidati tirarono fuori di tutto: in pochi istanti sui loro banchi si materializzarono i manuali di storia della letteratura italiana più accreditati. Ed io? Io non avevo portato nessun libro con me. Stupidamente pensavo che quanto avessi studiato e fosse contenuto nella mia testolina potesse bastarmi.

Ci fu, a dire il vero, la candidata seduta alle mie spalle che, forse mossa a compassione, mi offrì uno dei suoi testi. -"Tanto io ne ho molti" - mi disse."   Io, caparbiamente, rifiutai. Non so copiare, non l'ho mai fatto. Il massimo che mi sono concessa, quando frequentavo il ginnasio, era la consulenza sulle versioni di greco e di latino con Laura, la mia compagna di banco. Ma di questo tratterò in un post successivo.

Inutile dire che non superai lo scritto.

Ora, lungi da me l'idea che tutti i concorsi ordinari si svolgano con tali modalità. Il concorso ordinario che ho effettuato a Brescia nel gennaio del 2000 mi è sembrato decisamente più serio (ho partecipato solo allo scritto, superato con un punteggio modesto (30/40, punteggio minimo 28) e non mi sono presentata all'orale, dato che avevo appena conseguito l'abilitazione grazie al concorso riservato ed ero particolarmente stanca. Forse ho sbagliato, anche perchè ci sono alcuni che ritengono che il concorso ordinario sia più qualificante del concorso riservato.

Non lo so. So solo che ritenere a priori che un docente precario sia meno preparato e competente di un docente di ruolo e che il docente di ruolo immesso con il concorso ordinario valga di più di un docente immesso con un concorso riservato è un pregiudizio. E come tale va verificato.  

Conosco colleghi precari seri, competenti, preparati, così come conosco colleghi di ruolo sulle cui prestazioni professionali avrei molto da discutere.

Ecco perchè, in questi giorni in cui si discute del futuro dei docenti precari (che ne sarà di loro?) mi sento di esprimere tutta la mia solidarietà.

Naturalmente non mi riferisco a tutti ma a quelli che, con serietà e passione hanno esercitato ed esercitano questa professione, permettendo, grazie al loro contributo, che l'attività scolastica di molte regioni del nord d'Italia potesse essere svolta.

 

 


docenti precari

Esiste un pregiudizio da parte di alcuni: quello secondo cui i docenti precari siano incompetenti in attesa di essere arruolati a tempo indeterminato, senza il superamento di un concorso ordinario, nell'organigramma della pubblica istruzione.

Ci sono genitori, studenti (ma anche docenti e dirigenti scolastici) che storcono il naso all'idea che l'attività didattica venga affidata al docente precario di turno.

Prima di emettere giudizi, sarebbe il caso di capire chi fa parte della categoria dei docenti precari. Lo sono tutti quei docenti che esercitano la loro attività con un contratto a tempo determinato. Sostanzialmente, tale contratto può avere una durata che va da un minimo di 15 giorni (supplenza breve) fino a tutto l'anno scolastico (dal 1° settembre al 31 agosto).

Coloro che beneficiano di quest'ultima tipologia di contratto, sono spesso (ma non sempre) quelli il cui nominativo è inserito nella Graduatoria Permanente (GP) provinciale a esaurimento. Di questa graduatoria fanno parte tutti coloro che hanno ottenuto l'abilitazione all'insegnamento. L'abilitazione all'insegnamento, nel corso degli anni, si è conseguita in vari modi: mediante superamento di un concorso ordinario, di un concorso riservato di varia tipologia (cui si accede dopo un certo numero di giorni di insegnamento, es. 180 giorni) e, di recente, mediante il superamento di un corso di specializzazione organizzato in collaborazione con le università (SSIS).

Per chiarire: nella Graduatoria Permanente di Matera (e di ciascuna altra provincia) per l'insegnamento di Matematica e Fisica (e delle altre discipline, definite tecnicamente Classi di Concorso) potrebbero essere presenti sia coloro che hanno superato il concorso ordinario del 1990 (ma non sono riusciti, per mancanza di cattedre da assegnare) ad ottenere ad oggi un contratto a tempo indeterminato, sia i cosiddetti "sissini", coloro che hanno conseguito il titolo di specializzazione per l'insegnamento frequentando la SSIS. Insomma, in tale graduatoria potrebbe essere inserito sia il docente nato nel 1960 (ma anche prima), abilitatosi con concorso ordinario e con quasi 20 anni di esperienza di insegnamento, sia il docente nato nel 1979 (ma anche prima o qualche anno dopo) con alcuni o nessun anno di insegnamento alle spalle, abilitatosi con la  SSIS.

C'è poi un'altra categoria di docenti precari. Sono i non abilitati, che non hanno conseguito alcun titolo all'insegnamento ma che, avendo conseguito un certo titolo di studio (per l'insegnamento nelle scuole superiori, una laurea), possono chiedere l'inserimento nelle graduatorie di Istituto di ciascuna scuola. In questo caso, non viene effettuata nessuna selezione in ingresso.

Ad esempio: Tizio, laureatosi nel 2000 in Lettere presso l'Università di Roma con 110 e lode, potrà chiedere, nei tempi e con le modalità stabilite periodicamente dal Ministero della Pubblica Istruzione, l'inserimento nelle Graduatorie di Istituto delle scuole superiori di Brescia. In virtù del titolo conseguito citato, gli verranno assegnati 33 punti. Nel momento in cui una certa scuola avrà bisogno di un supplente dell'insegnante di italiano che dovrà assentarsi per maternità (due mesi prima e tre mesi dopo la nascita del bambino) si ricorrerà, in primo luogo, alla Graduatoria Permanente provinciale e, in caso tutti fossero indisponibili perchè altrimenti impegnati, alla graduatoria d'istituto che consentirà a Tizio di lavorare 5 mesi e di vedersi riconoscere ulteriori 10 punti da inserire successivamente (alla riapertura delle graduatorie).

Mi scuso per la prolissità e la complessità della spiegazione, ma è il sistema stesso che è complicato e variegato.

 

 

 


postato da: critolao alle ore 11:04 | link | commenti (1)
categorie: società e scuola, docenti precari

lo spirito delle leggi

"La libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno stato, cioè in una società governata da leggi, la libertà consiste unicamente nel fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti  a fare ciò che non si deve volere. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono. Infatti, se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, anche gli altri acquisterebbero un tale potere. Una esperienza di secoli mostra come qualsiasi uomo che si trovi ad avere il potere sia portato ad abusarne, finché non gli vengano posti dei limiti. Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere argini il potere. Tutto sarebbe perduto se un'unica persona, o un unico corpo di notabili, di nobili o di popolo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le risoluzioni pubbliche e quello di punire i delitti o decidere sulle controversie dei privati".

Il brano riportato è tratto da  "Lo spirito delle leggi" (1748), l'opera in cui Montesquieu teorizza la divisione dei poteri che deve caratterizzare lo stato liberale. Secondo tale dottrina, i tre poteri fondamentali dello stato devono essere separati al fine di controllarsi e di equilibrarsi reciprocamente: il potere di fare le leggi (legislativo) deve spettare a organi diversi da quelli cui spettano il potere di governare (esecutivo) e il potere di amministrare la giustizia (esecutivo). 

("Antologia degli scritti politici di Montesquieu", Il Mulino, Bologna, 1961, citato in "Marco Fossati - Giorgio Luppi - Emilio Zanette: La città dell'uomo - storia e idee - Dall'Antico Regime alla società di massa", vol. 2, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 1998, pg.132).


postato da: peripato alle ore 08:37 | link | commenti
categorie: citazioni, politica, buone letture, la storia e la memoria
domenica, 29 giugno 2008

la questione morale

Di questione morale si cominciò a parlare agli inizi degli anni '80.

"<I partiti non fanno più politica>, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce,  come un velo di rimpianto. [...] <Politica si faceva nel '45, nel '48 e ancora negli anni cinquanta e sin verso la fine degli anni sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c'era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c'era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. [...]> [...]

Oggi non è più così?

Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia. [...]

[...] Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. [...]".

Il brano riportato è tratto da: "Intervista a cura di Eugenio Scalfari, la Repubblica, 28 luglio 1981, contenuto nel capitolo: "Che cos'è la questione morale", in "Conversazioni con Berlinguer", a cura di Antonio Tatò, Editori Riuniti/Politica e società, Roma, 1984, pgg. 250, 252.


postato da: peripato alle ore 18:34 | link | commenti
categorie: citazioni, politica, attualità, costume e societÃ